San Benedetto da Norcia

Gioventù Benedettina

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San Benedetto da Norcia

La storia della vita di Benedetto da Norcia, monaco e santo italiano, fondatore dell'ordine dei Benedettini e Patrono d'Europa.

a cura di Veronica Baroni - 02/06/19



Benedetto da Norcia fu il fondatore dell’ordine Benedettino. La regola ora et labora descrive in modo conciso il messaggio che scrisse per i suoi monaci: povertà e obbedienza insieme ad un fortissimo impegno sia di preghiera che di lavoro. La sua vita fu scandita da una continua ricerca spirituale passando prima da una fase di meditazione solitaria e di ermetismo a quella dell’insegnamento e della vita monastica.

Una vita alla ricerca della propria idea religiosa

Benedetto da Norcia è vissuto durante la prima metà del V secolo, un periodo molto particolare per quello che riguarda i documenti storici, la cui produzione fu molto limitata. L’Impero Romano di Occidente era stato sostituito da un insieme di regni dominati dai barbari provenienti dalla Germania. Successivamente, dopo il dominio Ostrogoto, l’Italia fu trascinata da Giustiniano in una guerra lunga e pesante con lo scopo di farla entrare sotto l’influenza dell’Impero bizantino. La produzione di biografie però non si arrestò, soprattutto quelle scritte con lo scopo di promuovere il culto e la devozione. L’unica fonte a cui si può far riferimento per la vita di San Benedetto da Norcia è La vita di San Benedetto scritta da papa Gregorio Magno intorno al 593-594 d.C., contenuta nel secondo libro dei Dialoghi. Questa è un’opera che racchiude le biografie di abati e vescovi italiani, scritte secondo un impianto narrativo ben consolidato nella letteratura che prevedeva un dialogo tra due interlocutori. Sebbene l’anno di nascita di Benedetto da Norcia non sia storicamente certo, la tradizione lo colloca nel 480 d.C. nell’omonima città, in Umbria. Apparteneva a una famiglia nobile e aveva una sorella gemella di nome Scolastica, che si dedicò alla vita religiosa e divenne a sua volta santa.

Grazie alla sua condizione sociale elevata, Benedetto a soli dodici anni si reca a Roma per seguire studi umanistici e giuridici. Tuttavia, conosciuto il degrado sociale ed economico della capitale, conclusi gli studi superiori, decide di abbandonare la città per paura di essere coinvolto dalla vita dissoluta condotta dai suoi compagni. In quegli stessi anni, infatti, nonostante la pace assicurata da Teodorico con il dominio in Italia degli Ostrogoti, si assiste alla contesa del pontificato tra Simmaco e Lorenzo, quest’ultimo definito come antipapa poiché eletto in circostanze non conformi alle regole da una fazione dissidente e appoggiata dal partito bizantino.

Tra il 500 e il 510 d.C., quindi, Benedetto lascia Roma e si ritira prima a Enfide insieme alla sua vecchia nutrice e poi da solo a Subiaco per realizzare la sua idea religiosa, molto vicina all’eremitismo e alla meditazione solitaria. Qui incontra un monaco di un monastero vicino che lo indirizza verso una grotta presso il Monte Teleo. È proprio in questo luogo che rimarrà per tre anni, conducendo una vita isolata con il sostegno del monaco, di nome Romano, che si occupa di lui: gli porta del cibo calando nella grotta un cestino con del pane.

Benedetto, conosciuto per le sue virtù, secondo la tradizione, viene inviato a recarsi al monastero di Vicovaro per rivestire il ruolo di abate vacante. Dopo poco tempo però è costretto ad abbandonare il monastero a causa di un tentativo di avvelenamento da parte di alcuni monaci contrariati dalla sua severità. Decide così di ritornare a Subiaco, dove rimarrà per trent’anni e si metterà alla prova cercando di resistere a tentazioni materiali. A questo punto della sua vita, molti ormai lo riconoscono come proprio maestro e così decide di dedicarsi all’insegnamento, abbandonando la vita ascetica, e fonda tredici monasteri.

Benedetto successivamente abbandona Subiaco, probabilmente a causa di un nuovo tentativo di avvelenamento o per contrasti con un ecclesiastico locale. Gregorio Magno racconta di un prete di una chiesa vicina di nome Fiorenzo, il quale, invidioso di lui, tenta di ucciderlo con del pane avvelenato. Il suo piano però non ha esito positivo e allora cerca di istigare al peccato i discepoli di Benedetto conducendo delle fanciulle all’interno del monastero. Benedetto decide così di trasferirsi per fondare una nuova casa e tra il 525 e il 529 d.C. arriva a Cassino. Qui, dove sorgeva un’antica acropoli pagana, costruisce con i suoi discepoli l’Abbazia di Montecassino, e vi rimene in qualità di abate – la parola deriva dal termine siriaco “abbà” che significa padre, quindi una figura che assolve la funzione di guida spirituale ma che non sia superiore – fino alla sua morte, avvenuta il 21 marzo del 547, come vuole la tradizione.

La Sancta Regula

Nel periodo attorno al 540 d.C. Benedetto elabora la famosa regola benedettina, che fornisce molte indicazioni sulla regolamentazione della vita monastica. Egli fu influenzato dal modello orientale di vita monastica risalente a San Pacomio, il quale introdusse il concetto di cenobio, ovvero della vita in comunità come vero modello della vita cristiana, e dagli insegnamenti di San Basilio, ispiratore del monachesimo orientale che introdusse le attività di lavoro nei monasteri insieme al concetto di cenobio, di Cassiano, di San Cesario e della anonima Regula Magistri.

La Regola benedettina consta di 73 capitoli e, con le sue indicazioni di ordine, di stabilità e di giusto equilibrio fra preghiera e lavoro, si rivelò fondamentale per il monachesimo occidentale. Prevedeva l’obbligo di rispettare quattro voti:
• castità;
• povertà;
• obbedienza verso Dio e ai propri superiori;
• stabilità, ovvero un impegno per tutta la vita.
La giornata deve essere organizzata in momenti di preghiera, lavoro, studio e meditazione. La regola ora et labora, ovvero prega e lavora, riassume il messaggio di co-partecipazione tra contemplazione e azione che Benedetto voleva trasmettere: la preghiera è un atto molto importante nella giornata ma è un atto di ascolto che deve tradursi anche in azioni concrete.

La Regola fu adottata e seguita in tutti i monasteri europei, dopo un primo periodo di coesistenza con le altre legislazioni monastiche. Rappresenta la sintesi più matura e completa delle esperienze monastiche precedenti. I monasteri divennero dei centri non solo di vita culturale ma anche di vita economica.

San Benedetto divenne uno dei santi più popolari e un simbolo dell'ideale monastico, tanto che nel 1947 Pio XII lo chiamò come "Padre dell'Europa" e nell’ottobre del 1964 Paolo VI lo proclamò "Patrono d'Europa", in coincidenza con la consacrazione della basilica di Montecassino, che fu ricostruita dopo la sua distruzione durante la Seconda Guerra mondiale.

Miracoli di San Benedetto nel racconto di Gregorio Magno

Grazie alla popolarità che riscosse lo scritto di Gregorio Magno durante il Medioevo si diffuse il culto di San Benedetto. I Dialoghi sono un’opera agiografica, che significa letteralmente scrittura di cose sante, e sono il più antico riferimento al santo in nostro possesso.

Benedetto da Norcia viene descritto come uomo santo e come autore di miracoli. L’intento dell’opera di Gregorio era didattico e gli aneddoti miracolosi completavano il suo messaggio. Il contesto storico influenzò certamente l’opera: questa era volta a registrare e celebrare l’ascetismo cristiano in un Italia sotto la dominazione dei goti, così come in Egitto vi erano numerosi personaggi che conducevano una vita ascetica. La santità dei vescovi e dei monaci doveva fornire una luce di speranza in un contesto in cui la popolazione viveva in uno stato di povertà e umiliazione sotto il comando dei barbari, era colpita dalla peste e poi dalla breve azione di conquista di Giustiniano.

Gregorio così racconta di un primo miracolo durante la permanenza di Benedetto a Enfide con la sua nutrice. Quest’ultima chiede in prestito un setaccio che malauguratamente si rompe. Benedetto per risollevare il morale della donna lo ricompone miracolosamente.

I miracoli poi lo accompagnano per tutto il suo cammino: a Vicovaro i monaci tentano di servirgli una bevanda avvelenata ma il calice offerto si rompe, prima che lui possa bere, quando egli fa il segno della croce; a Subiaco l’intervento di un corvo porta via il pane avvelenato offerto a Benedetto da Fiorenzo.

Nei Dialoghi, infine, Gregorio fa un solo riferimento alla Regola scritta da San Benedetto e questa è la più antica citazione conosciuta.

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