San Giovanni Gualberto

Gioventù Benedettina

Gioventù
Benedettina

GiBe

San Giovanni Gualberto

La storia della vita di San Giovanni Gualberto e della fondazione della Congregazione Vallombrosana.

a cura di Veronica Baroni - 09/06/20



Giovanni Gualberto fu il fondatore della Congregazione Vallombrosana. Accolse la regola di San Benedetto e ne attuò i principi fondamentali con estremo rigore e dedizione facendo di Vallombrosa un esempio per tutti i monasteri. Il suo impegno però non si limitò a questo, fu un fervente oppositore della simonia1 e contribuì moltissimo, insieme ai suoi monaci, nella lotta contro questo male soprattutto a Firenze.

La Vita

Pur essendo considerato come una delle personalità monastiche più significative dell’XI secolo e «uno dei protagonisti dell’età gregoriana, in quanto ispiratore della lotta antisimoniaca nel contado fiorentino»2 con grandi risonanze per il conflitto successivo tra papato e impero, di Giovanni Gualberto non si hanno tante testimonianze quante ci si aspetterebbe.
Le fonti a disposizione che trattano della sua vita e della sua personalità sono essenzialmente due biografie scritte dopo la sua morte; l’autore più importante di una di queste, Andrea di Strumi, non lo conosceva nemmeno personalmente.
I documenti storici di quel periodo, come evidenzia Giovanni Spinelli, si ricollegano all’esistenza della congregazione monastica, Giovanni Gualberto non viene citato espressamente pur essendo il promotore di questa nuova fondazione. Il suo nome comparirà per la prima volta in un documento del 27 agosto 1043, una donazione al monastero di Vallombrosa: Giovanni Gualberto figurerà in qualità di priore. Questo è prova, insieme a un precedente documento del 1039 in cui si fa riferimento a uomini che hanno lasciato il loro cenobio per «condurre vita santa in un luogo solitario»3, anche del fatto che la prima comunità vallombrosana fosse caratterizzata da una scelta di tipo eremitico e non avesse una struttura formalizzata con un superiore vero e proprio. Soltanto nel maggio del 1068 Giovanni Gualberto figurerà come abate, termine siriaco “abbà” che significa padre, ovvero colui che assolve la funzione di guida spirituale. Giovanni Gualberto, quindi, accetta la pratica integrale della regola benedettina che prevedeva che il superiore del monastero adottasse questo titolo. Come sottolinea Spinelli a quel tempo il termine non designava soltanto l’essere capo di una comunità monastica ma anche quello di essere un prelato di grande prestigio con notevoli implicazioni ecclesiastiche, politiche e sociali. Per questo motivo si può capire la sua riluttanza nell’adottare questo titolo, come riporta Andrea di Strumi:

Ora egli non voleva accettare e si opponeva con tutte le forze, ma lo presero dal letto e, contro sua voglia, lo fecero sedere sul seggio abbaziale (1050 ca).
Si narra che mentre veniva costretto a ciò a viva forza, dicesse ai presenti: “Siete pazzi? Un pellicano, anche se gli mettete il nome di falco, resta un pellicano!”.
Così l’uomo di Dio, assunta la carica e il titolo di abate, cominciò a fare scrupolosa attenzione al senso della Regola e a curarne l’osservanza con tutte le forze.4

Le pagine di Andrea Strumi dedicate alla vita di Giovanni Gualberto prima della presa di coscienza della sua vocazione religiosa sono andate distrutte e il testo di Attone di Pistoia che ha sostituito nelle parti mancanti quello di Strumi non è da ritenersi affidabile poiché tende a mistificare, secondo schemi ricorrenti dell’agiografia, la figura del santo.
Il racconto più verosimile è quello del Discepolo anonimo (la seconda biografia a nostra disposizione) in cui si dice che Gualberto si fece monaco in giovane età, andando contro il volere del padre, seguendo la sua predisposizione personale.
Secondo alcune fonti il motivo della scelta Giovanni nell’intraprendere la via monastica è imputabile alla morte del fratello maggiore Ugo, avvenuta per mano di un parente invidioso delle ricchezze della famiglia. Il codice cavalleresco prevedeva che Giovanni vendicasse l’offesa ricevuta. Gualberto, pur essendo sconvolto da alcune perplessità, si mise in cerca del colpevole. Il venerdì santo del 1028 finalmente riuscì a trovare il criminale vicino alla chiesa di San Miniato. Si buttò sul nemico per attaccarlo ma a un tratto successe qualcosa: il suo avversario si inginocchiò e, mettendo le braccia incrociate, invocò pietà. Giovanni rimase come paralizzato, iniziò a chiedersi a cosa sarebbe valso compiere quel gesto. Decise così di perdonarlo e sentì «di essere nuova creatura, come se dentro di lui fossero cadute le resistenze e le seduzioni del mondo»5. Dopodiché entrò nella chiesa e iniziò a pregare.

E il Crocifisso che aveva davanti si era animato. Chissà per quale prodigio – si era staccato dalla sua croce e aveva piegato il capo verso il loro padrone. Si erano guardati e non avevano l’ardire di dirsi nemmeno una parola […]. Il perdono a un omicida nel ricordo del sacrificio di Cristo, ma soprattutto l’assenso prodigioso, mostratogli dal Crocifisso, per il superiore del monastero erano segni inequivocabili di una chiamata straordinaria.6

Il monastero scelto da Gualberto fu quello di San Miniato al Monte in cui la comunità benedettina era vista favorevolmente dai vescovi fiorentini. La permanenza di Gualberto nel monastero durò un decennio, dal 1025 al 1035, o questa sembra essere l’ipotesi più probabile. Le fonti bibliografiche in ogni caso concordano sul motivo dell’uscita dal monastero di Giovanni: la scoperta dell’elezione simoniaca dell’abate Oberto a opera del vescovo di Firenze Attone. Le agiografie testimoniano anche la denuncia di Gualberto dell’abate e del vescovo nella piazza del Mercato Vecchio. Secondo Andrea Strumi fu Teuzo, santo eremita famoso a Firenze, a suggerire a Gualberto di abbandonare il monastero.
Gualberto decise così di dirigersi verso la Romagna e giunse a Vallombrosa dopo aver sperimentato a Camaldoli la vita eremitica. Qui poté seguire l’insegnamento romualdino che prevedeva un equilibrio tra vita eremitica (vista come forza di rinnovamento) e vita cenobitica sotto la regola monastica: «l’eremitismo non significa individualismo, ma semplicemente ritiratezza dal mondo, la quale può venir attuata in una comunità di fratelli che hanno fatto la stessa scelta»7.
A Vallombrosa conobbe due monaci del monastero di Settimo, Paolo e Guatelmo, che conducevano vita eremitica con il consenso del loro abate. La vita eremitica, quindi, non era slegata dalla comunità originaria.
Gualberto si unì a loro insieme ad altri monaci provenienti da San Miniato che probabilmente condivideva la sua visione.
A Vallombrosa si attuò un ritorno integrale alla regola benedettina:

Con loro decise di vivere non tanto secondo la consuetudine cenobitica dei monasteri del tempo, quanto secondo la regola dei santi padri, cioè degli apostoli, di san Basilio e soprattutto san Benedetto, sia per la povertà delle vesti, sia per l’umiltà dell’animo, come per l’onestà della vita.8


La Congregazione Vallombrosana

L’eremitismo di Vallombrosa si circoscrisse solo all’ambiente, l’isolamento per favorire la contemplazione. Questo punto fondamentale portò la comunità, che si era evoluta verso il cenobitismo benedettino, a introdurre nuovi elementi, non appartenenti alla regola di San Benedetto. Un esempio è l’introduzione di una nuova figura religiosa, accanto a quella del monaco, che avrebbe gestito tutti i rapporti con il mondo esterno (Gualberto, infatti, tracciò un confine intorno al monastero che ai monaci non era consentito valicare): i conversi , generalmente si trattava di schiavi fuggitivi sotto la protezione dell’abate. Per il ruolo che rivestivano avevano più libertà (la legge del silenzio era meno rigorosa, non erano tenuti a vivere in clausura, potevano indossare abiti più pratici dato che svolgevano i lavori più pesanti). Questa novità andava a intaccare l’unità tipica del cenobio benedettino, in cui tutti vivono come una famiglia.
Questa particolare attenzione per l’isolamento fu ben presto intaccata dalla necessità di combattere la simonia che portò Gualberto a concedere più spesso il permesso ai monaci per uscire e che necessariamente comportò anche l’ingresso di chierici che fuggivano e cercavano un luogo sicuro, come aveva fatto lui stesso, per non essere macchiati da questo peccato.
L’aspetto che risulta più rilevante delle modifiche introdotte da Gualberto è senz’altro la povertà, che non si limitava solo a quella del monaco, come prevedeva già la regola benedettina, ma anche la povertà del monastero. Gualberto si opponeva alla Chiesa del suo tempo in cui serpeggiava la sete di ricchezza e la moneta era diventata il lascia passare per gli ordini sacri.

Alcuni storici attribuiscono a Giovanni Gualberto soltanto la fondazione di un nuovo monastero, altri invece la fondazione di un nuovo organismo monastico. Giovanni Gualberto ben prima della sua morte era riconosciuto come capo di una federazione di monasteri, ne nominava i superiori e poteva trasferire un monaco da un monastero a un altro. Ciò però non voleva dire che ne organizzava anche la vita interna. Ogni monastero aveva una sua autonomia e un suo abate che facevano direttamente capo al papa. Gualberto era il punto di riferimento morale.
Non può essere negato però che alla morte di Gualberto si era già definito un gruppo di monasteri, alcuni già esistenti, come quello di Passignano, Marradi e quello di San Salvatore a Settimo, accumunati dall’osservanza della regola benedettina di Vallombrosa. Nella lettera che Gualberto scrisse a tutti i monaci quando era ormai prossimo alla morte, che avvenne nel 1073, egli esorta i suoi compagni alla carità, una carità da esercitare tra loro stessi, tra i vari monasteri, in modo da essere un’unica famiglia. Successivamente altri monasteri si unirono sotto la congregazione.
La bolla papale di Urbano II del 1090 conferiva il primo privilegio pontificio alla congregazione vallombrosana: questa è la prova di una sua vera esistenza a livello giuridico. Nella bolla figurano 15 monasteri dipendenti da quello di Vallombrosa, in cui si stabiliva che l’abate di Vallombrosa sarebbe stato considerato superiore alla congregazione e sarebbe stato eletto da tutti gli abati degli altri monasteri.

La lotta contro la simonia

Dalle testimonianze emerge come la lotta alla simonia sia stata per Gualberto uno degli elementi più importanti della sua vita. Non fu eletto a capo di un movimento di contestazione ma egli divenne una sorta di modello morale. La questione si accese in particolar modo alla morte del papa Niccolò II nel 1061.
La Chiesa era divisa nell’ubbidienza a due papi: Anselmo da Baggio e Cadalo. Quest’ultimo, vescovo di Parma, fu eletto dai suoi sostenitori lombardi e della corte imperiale come successore di Niccolò II. Dalla stessa assemblea probabilmente fu nominato Pietro Mezzabarba come vescovo di Firenze. Finché rimase l’incertezza su chi sarebbe stato il papa legittimo, il nuovo vescovo di Firenze non subì contestazioni. Quando però i sostenitori di Cadalo persero forza, anche la nomina di Pietro fu messa in discussione soprattutto perché girava voce che avesse ottenuto la carica in cambio in una grande somma di denaro, fatto confermato da suo padre durante una visita a Firenze.
Secondo Andrea Strumi, Gualberto, già noto probabilmente per il suo impegno in questo ambito, denunciò pubblicamente il vescovo come eretico9. I monaci vallombrosani, quindi, presero posizione come movimento di opposizione invitando i laici ad allontanarsi dalla sfera di influenza del vescovo e abbandonarono la clausura.
La situazione a Firenze non divenne semplice. Mezzabarba attaccò il monastero di San Salvi, saccheggiandolo e incendiandolo, non facendo però vittime. Tutto questo non fece altro che inimicare la popolazione, anche se il vescovo aveva l’appoggio del duca Goffredo e anche del papa Alessandro II (Anselmo da Baggio), il quale temeva di perdere il favore del duca che avrebbe potuto sostenere Cadalo. Durante il sinodo del 1067 i vallombrosani volsero nuovamente le loro accuse al vescovo ma il papa Alessandro II non lo depose. I vallombrosani furono osteggiati da molti poiché questi negavano la validità dei sacramenti amministrati da membri del clero non degni.
La situazione rimase immutata fino al 1068. Durante la prima domenica di quaresima un gruppo di chierici ostili al vescovo fu arrestato nella chiesa di San Pietro in Celoro. Lo sdegno del popolo e anche quello del clero fedele al vescovo fu enorme: era stata violata l’immunità dell’edificio sacro e si aspettava l’esito della cosiddetta “prova del fuoco” per dimostrare la santità delle loro convinzioni. Questa avvenne davanti al monastero di San Salvatore a Settimo durante il febbraio del 1068: un monaco vallombrosano, Pietro Aldobrandeschi soprannominato poi Pietro Igneo, riuscì a superare indenne le fiamme di un rogo. Il racconto è testimoniato da una lettera inviata dal popolo e dal clero di Firenze a papa Alessandro II e fece notizia in tutto il mondo cristiano. Il vescovo Mezzabarba, ormai privo di sostenitori, fu costretto ad abbandonare Firenze e a rifugiarsi dal duca Goffredo.
La fama dei vallombrosani si diffuse ancor di più, riuscendo a influenzare e dar forza a tutti coloro che si opponevano a personaggi che si erano macchiati di simonia, come il movimento patarino in Lombardia. Durante il sinodo pasquale del 1068 Pietro fu deposto dall’ufficio episcopale e Guido da Velate, l’arcivescovo di Milano, decise di abbandonare la sua carica, visti i ferventi oppositori patarini. La situazione lì però non si calmò: riesplosero tumulti per la successione all’arcivescovo in Lombardia. Giovanni Gualberto così intervenne e rimandò indietro gli ex-patarini che si erano rifugiati precedentemente da lui. Dopo la morte di Gualberto e la sconfitta dei patarini avvenuta nel 1075, questi fecero ritorno in gran numero a Vallombrosa.
La lotta contro la simonia ben presto si acquietò dato che l’iniziativa di ogni azione non era più in mano ai singoli ma papa Gregorio VII ne assunse la direzione e il comando.




1 Il termine simonia deriva dal nome di Simone Mago, il samaritano che, secondo gli Atti degli Apostoli 8, 18-24, cercò di comprare dagli apostoli Pietro e Giovanni, offrendo loro del denaro, il potere di conferire i doni dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani. Indica quindi la compravendita di cose sacre di natura spirituale (cioè sacramenti, indulgenze, consacrazione, ecc.) o anche di cose temporali che abbiano acquisito carattere sacro (Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/simonia/).
2 G. Spinelli, G. Rossi (a cura di), Alle origini di Vallombrosa. Giovanni Gualberto nella società dell’XI secolo, Europía-Jaca Book, Sesto San Giovanni 1984, p. 29.
3 Documento dell’Archivio di Stato di Firenze datato 3 luglio 1039 riportato da Spinelli (ivi, p. 31). In esso è riportata la donazione dell’abbadessa del monastero di San Ellero del terreno su cui sorgeva Vallombrosa (il suo monastero ne era infatti il proprietario) in favore della nuova comunità.
4 Ivi, p. 76.
5 V. Lucarelli, San Giovanni Gualberto. Mille anni di giovinezza, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 1996, p. 24.
6 Ivi, p. 24.
7 G. Spinelli, G. Rossi (a cura di), op. cit., pp. 36-37.
8 Ivi, pp. 136-137.
9 Ivi, pp.104-105.

FOTO

VIDEO

TESTI

CANZONI

PREGHIERE